Il mondo dell’inclusione scolastica in Italia sta vivendo una profonda fase di confusione. Chi lavora a scuola o ha un figlio con disabilità si trova oggi di fronte a un labirinto di leggi che si sovrappongono, rinvii governativi e uffici pubblici che viaggiano a velocità diverse. Per fare chiarezza, dobbiamo fare un passo indietro e capire come siamo arrivati a questo punto.
Dalla Legge 104 al modello moderno: cosa è cambiato nel tempo
Per trent’anni il nostro punto di riferimento è stata la famosa Legge n. 104 del 1992. All’inizio, questa legge teneva nettamente separati due percorsi: da un lato l’accertamento medico dell’INPS ex art. 4 della legge 104/92, ai fini assistenziali per ottenere gli aiuti economici (come l’indennità di frequenza, l’indennità di accompagnamento), dall’altro un diverso accertamento ex art. 12 comma 5 della stessa legge 104/92 che non era previsto dalla norma come contestuale, che era invece funzionale al riconoscimento della condizione di handicap ai fini dell’inclusione scolastica.
Questo doppio binario creava spesso cortocircuiti e ritardi. Per questo, con i decreti legislativi n. 66 del 2017 e n. 96 del 2019, lo Stato ha stabilito che i due accertamenti devono avvenire “contestualmente”, cioè insieme, con un’unica richiesta da parte dei genitori.
Viene quindi inserito questo avverbio nel nuovo art. 12, comma 5 della L. 104/92.
Questo esame combinato da parte dell’INPS serve a creare il Profilo di Funzionamento redatto, poi, dall’ASP. Un documento medico basato sul modello ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che guarda alla persona nel suo complesso e che serve alla scuola per redigere il PEI (Piano Educativo Individualizzato).
Tuttavia, questo sistema non è mai partito davvero nella maggior parte d’Italia. Tranne che in Lombardia, dove la Regione ha avviato una sperimentazione concreta grazie all’emanazione di circolari attuative, nel resto del Paese le ASL e l’INPS non hanno mai ricevuto le linee guida locali per partire. Il risultato? In molte regioni si continuano ad usare i vecchi documenti come la diagnosi funzionale e il profilo dinamico funzionale, creando la prima grande frattura nel sistema.
La promessa del Decreto 62 del 2024 e il problema del “guscio vuoto”
Nel 2024 è entrata in scena una nuova riforma (il D.Lgs. 62/2024, attuativo della Legge Stefani) che prometteva una vera rivoluzione culturale e pratica.
Dal punto di vista delle parole, la riforma cancella termini burocratici considerati superati come “handicap” o “gravità”, sostituendoli con “condizione di disabilità”. Inoltre, introduce quattro livelli di supporto: sostegno lieve, medio, elevato e molto elevato.
La vera svolta pratica doveva essere la Valutazione di Base Unica: un solo appuntamento all’INPS per decidere tutto, dalle indennità economiche ai pass per il parcheggio, fino alle ore di sostegno e assistenza specialistica a scuola. Un’ottima idea per evitare che le famiglie dimentichino di fare una domanda e debbano ricominciare l’iter da capo.
Ma c’è un enorme “ma”: questa riforma oggi è un guscio vuoto. Mancano i decreti con le regole pratiche per applicarla e l’INPS si trova in una grave crisi di personale. La recente Legge n. 15 del 2025 ha rinviato la scadenza per questi regolamenti al 30 novembre 2026. Di conseguenza, i nuovi moduli e le nuove visite partiranno, a scaglioni, solo dal gennaio 2027. Anche la sperimentazione attuale in 58 province coinvolge solamente le persone con disturbo dello spettro autistico, con sclerosi multipla e diabete, ma non comprende coloro che vanno a scuola.
Il giallo dei moduli: perché gli Allegati C e C1 non vanno compilati
Con la fine dell’anno scolastico, molti insegnanti sono nel panico per la compilazione dei moduli finali del PEI, in particolare l’Allegato C (per chiedere le risorse) e l’Allegato C1 (che stabilisce le ore di sostegno).
La risposta tecnica è semplice: nella quasi totalità d’Italia questi allegati NON si devono compilare.
Il motivo è puramente logico e legale: per riempire le caselle dell’Allegato C serve un documento medico specifico (la Sezione 4 del “Verbale di accertamento medico legale” dell’INPS previsto dalle Linee Guida attuate dal decreto interministeriale del 2022) dove i medici indicano con una crocetta le difficoltà dell’alunno nei vari ambiti della vita. L’insegnante dovrebbe solo copiare quelle crocette sul modulo della scuola. Ma poiché nel resto d’Italia (Lombardia esclusa) l’INPS non ha mai rilasciato questo documento, gli insegnanti non hanno i dati da cui copiare. Non si possono inventare i dati di un verbale che non esiste. Il Ministero dell’Istruzione lo ha confermato chiaramente con apposite note ufficiali.
Inoltre, legare rigidamente le ore di sostegno a delle tabelle mediche fisse (i “range” dell’allegato C1) è profondamente sbagliato. Le ore di sostegno non si decidono con un automatismo matematico in base alla gravità della diagnosi, ma si assegnano in base al progetto educativo costruito su misura per quel preciso studente.
Fermiamo la “medicalizzazione”: il vero ruolo dell’insegnante
Tutto questo caos ha prodotto un effetto collaterale preoccupante: una svolta troppo medica e burocratica della scuola. In regioni come la Sicilia, gli uffici scolastici hanno scatenato il caos chiedendo ai dirigenti di controllare ossessivamente i fascicoli degli studenti alla ricerca di disallineamenti nei certificati sanitari, chi ha l’handicap con connotazione di gravità o di chi ha la certificazione scaduta.
In questo modo, l’insegnante viene distratto dalla sua vera missione. La carta medica è il punto di partenza legale, ma poi deve rimanere sullo sfondo. Il lavoro del docente è fare pedagogia, didattica ed educazione. L’insegnante di sostegno non è un assistente personale o una “copertura” oraria per l’alunno; il suo compito è includere lo studente nella classe.
L’Italia ha una legge sull’inclusione che tutto il mondo ci invidia, basata sull’inserimento dei ragazzi nelle classi comuni e non nelle stanzette separate. Ma è una conquista fragile: in Europa, a partire dalla Germania, ci sono forze politiche che chiedono apertamente di escludere gli alunni con disabilità per non “disturbare” la crescita dei migliori. Difendere la scuola inclusiva significa smettere di avere l’ansia dei moduli medici e rimettere al centro i ragazzi e il loro diritto di imparare insieme ai compagni.