Entrare nel mondo del Disturbo dello Spettro Autistico significa spesso confrontarsi con una realtà che somiglia a un paese straniero, dove le regole sociali, i segnali e il linguaggio risultano indecifrabili. In questo scenario, la frustrazione può crescere fino a trasformarsi in isolamento. L’ABA (Applied Behavior Analysis) nasce non come una “cura”, ma come una scienza rigorosa e profondamente umana capace di costruire un ponte tra l’individuo e l’ambiente circostante.
L’obiettivo di questo intervento non è la normalizzazione, ma la “qualità della vita”. Attraverso l’analisi scientifica del comportamento, l’ABA trasforma la confusione in comunicazione e l’incertezza in indipendenza, fornendo gli strumenti necessari affinché ogni persona possa essere protagonista del proprio futuro.
In questa intervista alla Dott.ssa Agata Proietto, psicologa e insegnante di sostegno, esploreremo come i principi scientifici si traducano in gesti quotidiani, analizzando le sette dimensioni che garantiscono l’efficacia del metodo e il ruolo fondamentale dell’equipe multidisciplinare e della famiglia nel percorso verso l’autonomia.
Dottoressa Proietto, spesso sentiamo parlare di ABA in modo frammentario. Se dovesse definirla in poche parole a chi non la conosce, come la descriverebbe?
“Immagini di trovarsi in un paese straniero senza conoscerne lingua o segnali stradali. Per molte persone con Disturbo dello Spettro Autistico, la quotidianità è esattamente così. L’ABA (Applied Behavior Analysis) non è una “cura”, ma una scienza rigorosa che funge da ponte per tradurre questo mondo, trasformando la confusione in comunicazione e l’isolamento in autonomia”.
Qual è il principio scientifico che governa questa “traduzione”?
“Si basa sullo schema ABC. Ogni comportamento (azione) è influenzato da ciò che accade un istante prima (antecedente) e da ciò che accade subito dopo (conseguenza). Se un bambino urla per un giocattolo e lo ottiene, impara che urlare “funziona”. Noi interveniamo insegnando un modo più efficace e funzionale per ottenere lo stesso risultato, come usare una parola”.
Si dice che l’ABA sia fatta di “sette dimensioni”. Perché sono così importanti?
“Rappresentano l’anima della disciplina e garantiscono che l’intervento sia etico e basato sui dati. Ad esempio, l’ABA è applicata perché punta ad abilità utili nella vita vera, come fare la spesa. È comportamentale perché si occupa di ciò che è osservabile e misurabile. È analitica, poiché ogni progresso deve essere dimostrato dai dati e non dal caso. Deve essere inoltre tecnologica, ossia descritta così bene che chiunque possa replicare l’intervento, e efficace, portando cambiamenti reali nella qualità della vita. Infine, deve essere concettualmente sistematica, basata sui principi dell’apprendimento, e generale, affinché l’abilità appresa in terapia venga usata anche a scuola o al parco”.
Quali sono i pilastri normativi e clinici che riconoscono questo metodo in Italia?
“Ci muoviamo su due binari ufficiali: la Linea Guida 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che raccomanda l’ABA come uno degli interventi più efficaci basati sull’evidenza scientifica, e la classificazione ICF dell’OMS. L’obiettivo non è “normalizzare”, ma eliminare le barriere che impediscono la partecipazione sociale”.
Chi fa parte dell’equipe che segue il bambino?
“La regia spetta a un Supervisore (solitamente uno psicologo o medico specializzato), che progetta i programmi. Sul campo opera il Tecnico del Comportamento (TDC), che crea la relazione di fiducia e raccoglie i dati. Fondamentale è la collaborazione con neuropsichiatri e logopedisti, oltre al coinvolgimento attivo dei genitori”.
Un intervento ABA si svolge solo “al tavolino”?
“Assolutamente no. Esistono diversi modelli: il DTT (insegnamento strutturato), ma anche il NET, che avviene in contesti naturali come il gioco, e il Verbal Behavior (VB) focalizzato sulla funzione delle parole. Il setting si evolve: iniziamo in una stanza tranquilla, ma l’obiettivo finale è sempre il mondo reale”.
Perché si parla spesso di un intervento “intensivo”? Non è stressante per il bambino?
“L’intensività, raccomandata dall’ISS, serve perché il cervello di un bambino con autismo può aver bisogno di molte più ripetizioni (anche 50 o 100 invece di 5) per fissare un concetto. Tuttavia, non è stressante grazie all’Errorless Learning: il tecnico fornisce l’aiuto (prompt) prima dell’errore e premia subito il successo. Questo mantiene la motivazione altissima: per il bambino, la sessione è una serie di traguardi raggiunti”.