Siamo abituati a guardare alla disabilità attraverso la lente deformante della mancanza. Immaginiamo vite confinate in cartelle cliniche, corpi che sono solo “guasti” da riparare o, nel migliore dei casi, storie di eroismo patinato. Ma cosa accade quando il corpo smette di essere un oggetto passivo di diagnosi e diventa il narratore della propria storia?
In La dialettica del mio corpo disabile. Una autoetnografia, Alessandra Strano compie un atto politico e profondamente umano. Il suo racconto non inizia tra i corridoi asettici di un ospedale, ma nell’evento più vitale e trasformativo possibile: la nascita di sua figlia Ambra, il 9 luglio 2019. È in questo “anno zero” che l’autrice incontra un corpo “funzionalmente diverso”, che sembra estendere il recupero del puerperio in un tempo indefinito, lontano dagli schemi motori di cui aveva memoria.
Il corpo come campo di battaglia e di narrazione
L’opera descrive un viaggio di autodeterminazione dove il corpo diventa un campo di battaglia. Alessandra racconta con precisione chirurgica lo scarto tra la volontà di agire e la risposta fisica: l’episodio in cui, ascoltando musica sul divano, cerca di tenere il ritmo con un semplice movimento “tacco-punta”, scoprendo che l’arto destro non risponde più ai suoi comandi. È la prima volta che il corpo si palesa come “disobbediente”.
L’autrice ci porta dentro la stanza di una visita neurologica dove un “test di Babinski positivo” trasforma la sua identità in un istante. Per descrivere il suo stato d’animo di quel momento, usa una parola dantesca: impetrare, ovvero diventare di pietra. Non è solo la paura della malattia, è lo shock di vedere la propria vita deragliare mentre il mondo esterno, fuori dalla finestra, è paralizzato dal primo durissimo lockdown del 2020.
L’autoetnografia: dal dolore alla filosofia politica
Lo stile autoetnografico trasforma il dolore in uno strumento di indagine politica e filosofica. Alessandra non descrive solo i suoi sintomi, ma analizza come questi cambino il suo rapporto con gli altri e con lo spazio. Racconta la fatica di salire le scale di casa con la figlia in braccio, o il senso di invisibilità e, al contempo, l’esposizione all’ “impudenza” degli sguardi altrui che la perlustrano con curiosità morbosa.
Particolarmente toccante è il racconto della riabilitazione con il fratello Salvatore. Qui, la dialettica si fa carne: l’impegno mentale per produrre un movimento complesso che non sortisce la prestazione richiesta mette a nudo la distanza tra la funzionalità del corpo altrui e l’inabilità del proprio. La sofferenza che resta inespressa diventa così una critica feroce all’abilismo, quell’ ideologia che assume il corpo “perfetto” come unica norma.
Decolonizzare lo sguardo
Per il lettore “normodotato”, questo libro è un invito necessario a decolonizzare il proprio sguardo. Alessandra Strano ci ricorda che non è l’handicap a interporsi tra la persona e la vita, ma lo sguardo che vi posiamo sopra. Ci racconta della gioia quasi “ebbra” di riuscire a camminare per pochi metri in una piazza affollata, senza sostegni, sentendosi un “corpo pensante” che deve calibrare ogni passo mentre gli altri si muovono senza neanche accorgersi del miracolo della coordinazione.
Dare voce a questa esperienza significa affermare un diritto epistemico: essere autrice del proprio significato e non solo oggetto di una diagnosi. Attraverso episodi di vita quotidiana — dai colloqui con il proprio psicoterapeuta ai momenti di solidarietà vissuti all’ Oasi di Troina— il libro ci insegna che la disabilità è una categoria fluida e che siamo persone, non cartelle cliniche. Un’opera essenziale per chiunque voglia comprendere che la vera sfida non è riparare ciò che è “guasto”, ma abbattere i muri simbolici che circondano la diversità.